Serata di formazione per educatori (e non solo) nell’ambito della rassegna “FuoriFestival”
Giovedì 16 aprile a Caldogno si è tenuta una interessante tavola rotonda promossa dal Servizio di Pastorale Giovanile della Diocesi di Vicenza all’interno del ciclo FuoriFestival. Il titolo – “Cosa c’è dopo? Morte, senso, fede” – ha messo attorno allo stesso tavolo prospettive diverse: teologica, sanitaria e psicologica attorno al tema della morte. A dialogare, moderati da sorella Alessandra Buccolieri, sono stati invitati Selene Zorzi, Christian Dall’Olmo e Giada Righetti.
Il punto di partenza condiviso è chiaro: la morte è diventata un tabù. Non la si vede più da vicino. La si incontra negli ospedali, nelle statistiche o nei flussi veloci dei social, ma raramente nei luoghi ordinari della vita. Questa distanza, hanno osservato i relatori, produce una generazione sempre meno preparata a stare dentro il dolore e il lutto.
La teologa Selene Zorzi ha ricordato che la morte non è un incidente dell’esistenza ma una dimensione costitutiva della condizione umana. Anche la Bibbia non la elimina dal discorso: la attraversa. L’immagine evangelica che ha evocato è quella di Gesù davanti alla tomba di Lazzaro: prima di parlare, piange. Da qui l’invito a recuperare una postura umana spesso dimenticata: la capacità di restare accanto al dolore senza riempirlo di parole, ma in un silenzio che diventa spazio di condivisione e compassione. Nella prospettiva cristiana della morte, attraversata da Gesù e redenta dalla sua resurrezione, essa diventa anche una maestra di vita, capace di offrire criteri concreti: imparare il distacco, interiorizzare le relazioni senza possederle, donare la vita invece di trattenerla.
Christian Dall’Olmo, infermiere e filosofo, ha affrontato il tema dal punto di vista della medicina e della bioetica. Anche il mondo sanitario, ha spiegato, non è immune dal tabù della morte. Il linguaggio tecnico e le definizioni cliniche spesso finiscono per allontanare la realtà del morire. L’esperienza ospedaliera mostra quanto la morte sia diventata solitaria: si muore lontano da casa, in ambienti medicalizzati, con accessi limitati ai familiari. “La buona morte”, ha osservato, “non riguarda l’evento finale ma il processo del morire: un percorso senza dolore, dignitoso, rispettoso della volontà del paziente e accompagnato da relazioni vere”. In questo senso il limite non è un muro ma una soglia: anche per la medicina, che deve riconoscere che non tutto ciò che è tecnicamente possibile è automaticamente giusto.
La psicologa e tanatologa Giada Righetti ha portato l’attenzione sull’educazione e sul rapporto con i più piccoli. I bambini, ha spiegato, non hanno paura delle domande sulla morte; sono spesso gli adulti a temere di doverne parlare con loro. L’esperienza della “educazione al lutto” nelle scuole mostra che i ragazzi possiedono una sorprendente capacità di affrontare il tema, purché trovino adulti disposti ad ascoltare e a parlare con chiarezza. Gli eufemismi ( “si è addormentato”, “è volato in cielo”…) con cui spesso cerchiamo di evadere il tema generano invece confusione e paure concrete. Anche i riti hanno un ruolo decisivo: funerali, gesti simbolici, momenti condivisi aiutano la comunità a elaborare la perdita. Quando il lutto non viene nominato il dolore trova altre vie per emergere, spesso attraverso sofferenze psicosomatiche.
Il confronto si è concluso con la considerazione che reintegrare la morte nei nostri discorsi e imparare a riconoscere il limite sono processi che restituiscono valore alla vita. In questo spazio fragile e limitato si gioca la responsabilità di vivere con più consapevolezza, cura e profondità le relazioni che ci sono affidate. La domanda sul “cosa c’è dopo” la morte è in realtà un percorso autentico per riscoprire il valore di “cosa c’è prima”: chi non accetta e non elabora la morte non può comprendere il senso della vita.
a cura di don Nicolò Rodighiero