Schietti, sensibili, simpatici
I giovani raccontati dagli insegnanti di religione!
Con Voci di PG abbiamo un obiettivo: dare spazio ai giovani e a chi si prende cura delle loro vite con passione! Questa settimana abbiamo interpellato due insegnanti di religione perché ci raccontino cosa significa per loro lavorare con i ragazzi insegnando religione!
Damiano Piccoli, vive a Recoaro e insegna all’istituto alberghiero, ci ha raccontato della sua esperienza di insegnante ricca di sfide ed emozioni!
Ciao Damiano, una breve presentazione: chi sei? Dove insegni?
Ciao sono Damiano Piccoli, ho 51 anni, vivo a Recoaro Terme e insegno religione cattolica presso l’IPSSAR Alberghiero “Artusi” di Recoaro Terme che da quest’anno, assieme all’I.C. Floriani, sempre di Recoaro, forma il nuovo Istituto Omnicomprensivo. Ho iniziato la mia carriera da insegnante nella scuola primaria, a Valli del Pasubio e Pievebelvicino e anche se non si direbbe, lì ho imparato davvero gli aspetti fondamentali dell’insegnamento che ancora oggi mi servono molto per lavorare con gli adolescenti, sono 24 anni che lavoro nella scuola da 18 nella secondaria di secondo grado.
E questi anni fanno di te un… veterano?
Accidenti, direi di no, non mi sento inesperto, ma neanche proprio anziano, ho ancora molto da camminare!
Come PG quest’anno affrontiamo il tema “templi distrutti, corpi risorti”, l’idea è anche quella di guardare ai pregiudizi e provare a capirli e smontarli. Tu, quali pregiudizi senti (dai ragazzi, ma anche dal contesto che frequenti) rispetto all’ora di religione?
Devo essere sincero, io all’ Artusi vivo in un’isola felice. I classici pregiudizi rispetto all’IRC nella mia scuola non ci sono, né da parte del Dirigente Scolastico che valorizza il mio ruolo né da parte dei colleghi con i quali c’è molta sintonia.
Forse gli unici ad avere qualche riserva sull’Insegnamento della Religione Cattolica sono i ragazzi che arrivando da esperienze scolastiche pregresse e scelgono di non avvalersi, ma poi nel corso del tempo i più capiscono che l’ora di religione può essere un momento significativo per loro e cambiano idea. Nella maggior parte dei casi i miei studenti, ma anche i loro genitori hanno un approccio molto positivo alla materia che insegno.
Cosa dà l’ora di religione ai ragazzi, o cosa vorresti dare tu come insegnante di religione cattolica?
Eh, bella domanda. Quello che cerco di dare agli studenti è sempre una risposta di stile, di “flow”. Mi pongo nei loro confronti in modo inclusivo, nelle mie lezioni parto molto spesso da situazioni o problematiche di loro interesse, che intercettino la loro vita, collegando il tutto con i contenuti caratterizzanti la mia materia.
La lezione è quasi sempre una sorpresa, li coinvolgo in dinamiche per loro nuove, utilizzo varie tecniche di facilitazione e uso dei riferimenti che conoscono senza ovviamente stravolgere quella che è la parte dei contenuti specifici dell’IRC. (ad esempio, qualche giorno fa ho mostrato un monologo di Snoop Dogg per introdurre agli alunni il tema della percezione del sé).
L’ora di religione infatti è occasione per loro per riflettere su sé stessi e su Dio e ai ragazzi interessa molto questo aspetto introspettivo; sono poco abituati a farlo e vedo che questo approccio accende altre domande di senso fino ad arrivare agli aspetti più intimi della religione.
Cerco di soffermarmi il giusto sugli aspetti formali della religione cattolica, non voglio dimostrare loro quanto so io della materia arrivando a fare dei monologhi; preferisco piuttosto far scoprire loro che nella Religione Cattolica c’è un messaggio che migliora la vita di tutti ed è un peccato non conoscerlo a fondo o peggio ignorarlo.
E tu cosa ricevi dall’ora di religione?
Io ricevo molto, moltissimo. Quando i ragazzi durante la lezione interagiscono fra loro o con me mi emoziono sempre. Scopro cose di loro che non avrei mai pensato avessero fatto proprie e delle volte mi viene perfino la pelle d’oca. Lo dico subito ai miei studenti quando mi fanno emozionare e li ringrazio sempre alla fine dell’ora di tutte le cose che dicono alla classe, non sempre è facile per loro esternare il proprio punto di vista o i propri sentimenti.
Quanti studenti hai?
Ho 18 classi da 20-25 studenti, fa conto una media di quasi 400 alunni ogni anno scolastico; per 24 anni vuol dire che nel corso della mia carriera ho avuto un “botto” di studenti. Un giorno, quando avrò un po’ di tempo farò il conto preciso, ma di sicuro verrà arrotondato per difetto. Una cosa che mi sorprende e che sorprende anche loro è che a distanza di anni quando incontro gli ex alunni mi ricordo perfettamente di loro, del loro nome e loro si ricordano con piacere di me, ci salutiamo sempre con tanti sorrisi.
Caspita! E hai qualche tecnica per ricordarti i nomi di tutti?
Sì, nelle prime settimane di scuola li imparo tutti ripetendoli allo sfinimento. Talvolta associo i loro nomi ai vari Evangelisti o ai Santi, così riesco a ricordarmeli meglio. E poi all’inizio dell’anno scolastico chiamo in causa, durante la lezione, i ragazzi i cui nomi faccio più fatica a ricordare, così poi sicuro non li dimentico più!
Imparare i nomi dei miei alunni la ritengo una parte del mio lavoro che sembra banale, ma non lo è. Far percepire fin da subito agli studenti che ho davanti che non sono un numero è fondamentale per instaurare con loro un dialogo educativo fondato sul rispetto reciproco e a mio avviso questo aspetto è proprio l’ABC dell’insegnamento.
Visto che li conosci, descrivi i tuoi studenti con 3 aggettivi
Premetto che lavoro in un istituto alberghiero e i miei studenti sono abituati a darsi da fare, è nel loro DNA e come primo aggettivo che li caratterizza io direi che sono disponibili soprattutto a fare (più che a studiare). La maggior parte di loro sono sinceri, schietti, quello che hanno da dire te lo dicono senza filtri nel bene o nel male. Infine sono simpatici, mai noiosi, devo dire che i miei alunni mi stanno davvero simpatici. Credo che l’unico difetto che hanno è l’utilizzo eccessivo dello smartphone. Una sfida da vincere, che sento forte in questo momento è portare i ragazzi a vivere le relazioni nella vita reale dimenticandosi il più possibile del virtuale.
Quando hai iniziato ti aspettavi tutto questo?
Sinceramente no. Lo speravo, avendo però iniziato alle scuole elementari pensavo di restare lì, ma sentivo di avere molte cose da dire ai giovani, temi che con i bambini affronti sotto altri punti di vista con una soddisfazione che a volte mi manca, però poi alle superiori è cambiato tutto.
Ho iniziato con grande entusiasmo, mi buttavo anima e corpo nelle loro fatiche, tanto che i loro problemi me li portavo anche a casa. Ad un certo punto la cosa è diventata emotivamente faticosa e poco sostenibile per me. Ho lavorato quindi su me stesso per imparare ad essere più efficace mettendomi in ascolto e dando fiducia ai ragazzi, senza agire al posto loro. E funziona.
Lo sbaglio che come adulti facciamo molto spesso con i giovani secondo me è proprio questo: obbligarli a percorrere una strada che inconsciamente abbiamo scelto per loro, che noi riteniamo la più giusta, senza dare loro spazio e fiducia per incamminarsi verso una strada propria. Lasciamoli fare, aiutiamoli semmai qualora servisse ad aggiustare il percorso, alla fine sono sicuro che ci sorprenderanno.
Elena Sartori, invece, insegna a Bassano Del Grappa e ci ha raccontato come le cose siano un po’ cambiate negli ultimi anni e dell’occasione di “partire da zero” e pensare nuovi linguaggi.
Ciao Elena, una breve presentazione: chi sei? Dove insegni?
Ciao sono Elena Sartori, ho 50 anni vivo a Campolongo sul Brenta, questo è il mio decimo anno di insegnamento, sono stata alla primaria e anche alle medie, ma ora insegno al liceo Brocchi e all’ITET Einaudi a Bassano Del Grappa.
Anche tu, come i tuoi colleghi, hai un sacco di studenti?
Sì, come tutti quelli che hanno 18 classi, circa 400, seguo classi dalla 1^ alla 5^ di indirizzi diversi. Ho una panoramica molto ampia.
Come è iniziato questo anno scolastico?
Devo dire, che da quando ci siamo sentite per concordare questa chiacchierata, ho pensato molto ad una cosa. Quest’anno più di altri, sento che, soprattutto con i ragazzi più giovani, ci sono meno agganci, meno riferimenti comuni per quanto riguarda le preconoscenze religiose. Spesso sento che manca un ponte di collegamento tra me e loro, come se ci fosse un vuoto, come se mancasse un alfabeto condiviso. Fino a qualche anno fa potevi dare per scontate alcune narrazioni comuni, il fatto che sapessero la parabola del Buon Samaritano (per dire), o che avessero chiaro che le persone della Trinità sono 3 e non 4, come mi ha detto uno studente l’altro giorno.
Quattro?
Sì, Padre, Figlio, Spirito e… Santo!
Lavoravo sul tema e sui testi biblici della creazione, perché offrono ottimi spunti per intercettare poi le domande di senso, ma se mancano i riferimenti simbolici di base, bisogna fare un passaggio in più, colmare un vuoto. E non la riporto però solo come una cosa negativa, forse riflettendoci potrebbe rappresentare una opportunità bellissima, questa situazione offre un nuovo punto di partenza per cercare un nuovo linguaggio!
Quando si parlava di fede nei loro discorsi – fino a qualche tempo fa – c’era la Chiesa, vissuta come problematica, ora è totalmente assente, come se non esistesse e non importa nemmeno più che faccia bene o male. E quindi è un punto zero. E i ragazzi sono lì, in classe, nell’ora di religione perché comunque cercano qualcosa.
Che cosa cercano?
Per prima cosa cercano ascolto, moltissimo e poi cercano testimonianza, cioè adulti appassionati. Cercano professori che amano quello che fanno, non importa se sono quelli che li fanno lavorare di più. Loro hanno sete di adulti vivi e appassionati cui guardare. Nell’ora di religione, poi, cercano storie in cui immedesimarsi.
Come vivono i ragazzi l’ora di religione? Il fatto che sia una materia facoltativa, è un ostacolo o una opportunità?
I ragazzi aspettano quest’ora volentieri, è un’ora di decompressione. È uno spazio per accogliere e ascoltare. Non si sentono valutati per quello che dicono, non c’è ansia da prestazione, è una cosa positiva. Durante l’anno le lezioni variano molto, a volte approfondiamo delle conoscenze, a volte lavoriamo sull’esistenziale. È stimolante e io per prima mi diverto. Certo chiede da parte mia un continuo aggiornamento e un grosso lavoro, ma ne vale la pena. Per esempio con le classi quinte facciamo un percorso “carcere”, che li porta a confrontarsi con storie anche difficili, ma questo diventa una possibilità di approfondimento sull’umano che è pazzesca e i ragazzi ci stanno, si mettono in gioco.
Parliamo dei ragazzi: descrivili con tre aggettivi.
Sensibili, sono in ascolto, dietro la loro sensibilità c’è una apertura di fondo, una disponibilità all’ascolto.
Sono però anche disorientati, soprattutto verso il futuro, mancano punti di riferimento. Anche se hanno un forte attaccamento alla famiglia, da dopo il covid, ho notato è difficile che siano critici verso la famiglia. E, forse anche per questo, hanno meno spinta verso l’autonomia. Però non hanno dubbi sulle radici, sul passato e sui valori da cui provengono, è il futuro che li mette in difficoltà. Un terzo aggettivo… simpatici!
Davvero? Anche il collega che abbiamo intervistato prima di te ha detto che i suoi studenti sono simpatici.
È vero, ci facciamo delle grandi risate, sono divertenti, ironici e positivi, certo dentro ci sono anche le grandi crisi, come è normale che sia, ma vedo che l’ansia sta un po’ diminuendo rispetto agli anni post covid, forse stiamo uscendo dal tunnel, io lo spero. E i ragazzi cercano anche la leggerezza nelle relazioni.
In sintesi, mi vien da dire che sono ragazzi che hanno sete, che cercano. Lavoro tanto sul tema dell’immaginario di Dio, i ragazzi sono in cerca di risposte, le domande nascono non più da dubbi sul passato, su una tradizione ricevuta, ma dall’esperienza della vita, da quello che succede loro. C’è un lavoro tutto nuovo da fare, la sete c’è e anche l’apertura e la disponibilità.